Oriano Galvanini
Società, diritto e religioni · di Oriano Galvanini

La religione, lo Stato e le regole della convivenza

Libertà di culto e rispetto delle leggi: una riflessione sulla convivenza civile e sulla presenza dell’Islam in Italia.

Riflessione personale · aperta al confronto

Sono agnostico. Non professo alcuna religione, ma non sono contrario alle religioni. Ritengo, anzi, che possano svolgere un'importante funzione sociale, offrendo a molte persone riferimenti morali, conforto e un senso di appartenenza. Considero tuttavia la fede una convinzione personale, che riguarda il rapporto dell'individuo con la propria esistenza, il significato che attribuisce alla vita e ciò che ritiene possa accadere dopo la morte. Ognuno deve essere libero di coltivare queste convinzioni, di praticare la propria religione e di manifestarla anche pubblicamente. Ma questa libertà, come qualsiasi altra, incontra un limite preciso: il rispetto delle regole che disciplinano la convivenza civile.

In uno Stato laico, le leggi devono valere per tutti, indipendentemente dalla religione professata. Nessuna confessione può pretendere che i propri precetti diventino obblighi per gli altri, né invocare la propria fede per sottrarsi alle norme comuni. Lo Stato laico riconosce e tutela la libertà religiosa di ogni individuo, senza privilegi o discriminazioni. Può concordare con le diverse confessioni le modalità di esercizio pubblico del culto e dei relativi riti, affinché siano compatibili con le norme della convivenza civile. L'assenza di un'intesa non limita di per sé la libertà di professare una religione, ma non esonera in alcun modo dall'obbligo di rispettare le leggi dello Stato.

Le convinzioni religiose sono libere; i comportamenti che ne derivano rimangono soggetti alla legge civile, uguale per tutti. Nessuna confessione religiosa può attribuirsi il diritto di disapplicarla in nome della propria fede.

La fede e la verità storica

Non ho mai letto il Corano, né intendo leggerlo, così come non ho mai letto la Bibbia o il Talmud.

Li considero, con rispetto, testi fondamentali per la fede di milioni di persone, ma non riconosco loro alcuna autorità sulla mia coscienza e sul mio modo di vivere.

Non metto in discussione il diritto di chi crede di considerarli sacri. Mi interrogo, piuttosto, sull’origine divina loro attribuita.

Non nego che questi testi abbiano un importante valore storico, in quanto testimonianze delle società, delle culture e delle convinzioni religiose delle epoche in cui furono composti.

Ritengo però che non abbiano alcun valore probatorio riguardo all'esistenza di una divinità o alla provenienza divina delle parole che contengono. Il fatto che un testo attribuisca determinati insegnamenti a Dio non dimostra che Dio li abbia realmente pronunciati. Per accettare questa affermazione occorre un atto di fede, non una verifica storica.

Il Corano presenta una situazione differente. La sua origine è legata a Maometto, un personaggio storicamente esistito, che affermava di ricevere rivelazioni da Dio attraverso l'arcangelo Gabriele. Anche in questo caso, tuttavia, il testo fu raccolto e ordinato nella forma canonica dopo la morte del profeta.

Che Maometto sia realmente esistito è una questione storica. Che abbia ricevuto la parola di Dio è una questione di fede. E le due cose non possono essere confuse.

Qui, a mio parere, sta il punto fondamentale.

Quando un testo viene considerato di origine divina, la necessità di dimostrarne storicamente la veridicità passa in secondo piano. Chi crede non ha necessariamente bisogno delle stesse prove che chiederebbe per accettare qualsiasi altra affermazione. Per chi considera un testo sacro espressione diretta e infallibile della volontà divina, la parola di Dio non si discute: si accetta e si segue. Naturalmente, non tutti i credenti interpretano i testi sacri in questo modo. Esistono letture critiche, simboliche e interpretazioni differenti anche all'interno della stessa religione.

Ma rimane una questione che considero decisiva: la fede può essere una ragione sufficiente per orientare la vita di chi crede, ma può esserlo anche per stabilire le regole che devono rispettare coloro che non credono?

La mia risposta è no.

La fede non richiede necessariamente prove, ma non può pretendere che chi non crede consideri verità indiscutibili ciò che non è storicamente dimostrato. Una convinzione religiosa, per quanto profondamente radicata e sinceramente professata, non può trasformarsi automaticamente in una norma valida per l'intera società. Non è necessario dimostrare che una religione sia vera o falsa per stabilire che i suoi precetti non possano prevalere sulle leggi dello Stato. È proprio su questa distinzione che si fonda, a mio avviso, la necessità di uno Stato laico.

Le leggi divine e il trascorrere dei secoli

C'è un altro aspetto delle tre grandi religioni monoteiste che merita, a mio avviso, una riflessione. I loro testi fondamentali furono composti in epoche molto lontane dalla nostra, quando le società umane erano organizzate secondo principi profondamente diversi da quelli che oggi consideriamo alla base della convivenza civile. La schiavitù era una realtà accettata, le punizioni corporali e le torture facevano parte degli strumenti della giustizia, la condizione della donna era subordinata a quella dell'uomo e i rapporti familiari e sessuali erano regolati da consuetudini che oggi, in molti casi, giudicheremmo inaccettabili.

Queste realtà trovano spazio anche nelle scritture religiose, talvolta come semplici descrizioni delle usanze dell’epoca, altre volte come prescrizioni o divieti.

Con il trascorrere dei secoli, la società è cambiata. Si sono sviluppate nuove concezioni della dignità umana, della libertà individuale, dell'uguaglianza tra uomini e donne e dei diritti fondamentali della persona.

Le religioni hanno dovuto confrontarsi con questi cambiamenti.

Alcune hanno progressivamente abbandonato determinate prescrizioni, altre ne hanno modificato l'interpretazione. In diversi casi, ciò che un tempo veniva inteso letteralmente è stato successivamente presentato come un'allegoria, un insegnamento simbolico o una disposizione legata alle particolari condizioni della società in cui era stato formulato.

Non tutte le confessioni hanno seguito lo stesso percorso, né tutte lo hanno compiuto con la medesima rapidità. E non mancano, ancora oggi, interpretazioni religiose che considerano legittime pratiche ormai incompatibili con i principi giuridici di molti Stati moderni. Ma questa evoluzione solleva, secondo me, una domanda fondamentale.

Se una prescrizione proviene realmente da una divinità onnisciente, perché dovrebbe essere necessario modificarne l'interpretazione per renderla compatibile con l'evoluzione della società umana? Se Dio conosce il passato, il presente e il futuro, dovrebbe conoscere anche le conseguenze delle proprie prescrizioni nei secoli successivi. Se invece determinate norme rispecchiano semplicemente i costumi e la mentalità dell'epoca in cui furono scritte, diventa ragionevole considerarle prodotti della storia umana, anziché leggi eterne e immutabili.

Naturalmente, il credente può rispondere che il messaggio divino è eterno, mentre la sua comprensione da parte degli uomini cambia nel tempo. È una spiegazione teologica legittima nell'ambito della fede. Ma non costituisce una dimostrazione storica dell'origine divina del messaggio.

A mio avviso, il problema diventa particolarmente serio quando una prescrizione religiosa, formulata molti secoli fa, viene ancora invocata per giustificare comportamenti contrari ai diritti e alle libertà riconosciuti dalla società contemporanea.

Una società civile non può essere obbligata a conservare le regole di convivenza di un'epoca remota soltanto perché quelle regole sono contenute in un testo considerato sacro. La libertà di credere in quelle prescrizioni deve essere rispettata. La pretesa di imporle agli altri, invece, deve trovare un limite nelle leggi dello Stato. E questo principio deve valere per tutte le religioni, senza eccezioni.

Un esempio concreto è quello della macellazione rituale, praticata secondo prescrizioni religiose ebraiche e islamiche. La normativa europea impone, come regola generale, lo stordimento degli animali prima dell'abbattimento, allo scopo di limitarne le sofferenze. Tuttavia, ammette una deroga per determinati riti religiosi, consentendo la macellazione senza preventivo stordimento.

Ho già affrontato ampiamente questo argomento in un precedente articolo, perciò non intendo ripetermi. Mi limito a porre una domanda: se una norma viene stabilita per tutelare il benessere degli animali, perché una convinzione religiosa dovrebbe giustificare un'eccezione?

Leggi l’articolo precedente sulla macellazione rituale

È proprio questo il genere di contraddizione che mi porta a sostenere che le prescrizioni religiose, per quanto antiche e rispettate dai fedeli, non devono prevalere sulle regole generali della convivenza civile.

Tre religioni di fronte alla società moderna

Nel corso dei secoli, le tre grandi religioni monoteiste hanno dovuto confrontarsi con l'evoluzione della società, ma non tutte le loro confessioni e correnti hanno affrontato questo processo nello stesso modo. Il cristianesimo, soprattutto nelle società occidentali, ha conosciuto profondi cambiamenti. Molte prescrizioni e concezioni del passato sono state abbandonate o reinterpretate, mentre la separazione tra autorità religiosa e autorità civile è diventata un principio fondamentale degli Stati moderni.

Questo non significa che siano scomparsi tutti i contrasti. La Chiesa cattolica, per esempio, mantiene posizioni sull'aborto, sull'eutanasia, sulla contraccezione e sulla sessualità che non sono condivise da una parte della società, compresi molti credenti. Ma qui emerge una distinzione fondamentale: una Chiesa può considerare moralmente inaccettabile un comportamento senza che questo debba necessariamente diventare un divieto imposto dallo Stato a tutti i cittadini.

Anche l'ebraismo ha attraversato un processo di evoluzione. Accanto alle correnti ortodosse, più legate all'osservanza delle prescrizioni tradizionali, ne esistono altre che hanno progressivamente adattato le proprie interpretazioni ai cambiamenti della società.

L'Islam presenta una realtà particolarmente articolata. Esistono interpretazioni moderne e riformatrici, ma anche correnti che continuano a considerare vincolanti prescrizioni religiose risalenti a circa quattordici secoli fa. In alcuni Paesi a maggioranza musulmana, determinate interpretazioni della legge islamica continuano a influenzare direttamente il diritto civile e penale, dalla condizione femminile ai rapporti familiari, fino alle punizioni previste per particolari comportamenti.

Non intendo attribuire indistintamente queste posizioni a tutti i musulmani, molti dei quali vivono la propria fede senza pretendere di imporla agli altri. Ma ritengo legittimo interrogarsi sulla compatibilità tra determinate interpretazioni della legge religiosa e i principi di uno Stato laico.

Il problema, in definitiva, non è stabilire quale religione sia migliore delle altre, ma se le sue prescrizioni debbano rimanere regole di comportamento per i fedeli oppure possano diventare obblighi imposti all'intera società.

Ed è proprio questa la questione che, a mio avviso, dobbiamo affrontare quando parliamo della crescente presenza musulmana in Italia.

La libertà religiosa non può giustificare eccezioni alla legge

La legge italiana garantisce ai musulmani la libertà di professare la propria religione, di pregare, frequentare le moschee, osservare il Ramadan e seguire le prescrizioni della propria fede compatibili con il nostro ordinamento. Ma vivere in Italia significa anche rispettare le regole della nostra convivenza civile.

Penso alla riconoscibilità delle persone nei luoghi pubblici, alla parità giuridica tra uomini e donne, alla monogamia nel matrimonio, al divieto delle mutilazioni genitali femminili, dei matrimoni forzati e delle unioni con minorenni non consentite dalla legge. Penso anche al diritto di scegliere liberamente il proprio coniuge, di cambiare religione o di abbandonarla senza subire minacce, violenze o costrizioni.

Non tutte queste questioni hanno la stessa disciplina giuridica: la normativa sulla riconoscibilità delle persone ammette giustificati motivi e il matrimonio, normalmente riservato ai maggiorenni, può essere autorizzato dal tribunale per chi abbia compiuto sedici anni. Ma nessuna prescrizione religiosa può sostituirsi alle norme dello Stato, né giustificare violenze o altre condotte vietate.

Non ritengo necessario introdurre leggi speciali per i musulmani. Ritengo sufficiente applicare con rigore le leggi italiane, uguali per tutti e valide per ogni confessione religiosa.

Non possiamo ignorare che alcune pratiche incompatibili con le leggi italiane trovino giustificazione in determinate interpretazioni dell’Islam o nelle tradizioni di alcune comunità musulmane. Non sostengo che tutti i musulmani le approvino. Ma neppure possiamo negare il problema soltanto perché esistono musulmani che le rifiutano.

È alle organizzazioni che si presentano come rappresentanti dell’Islam moderato che vorrei chiedere una posizione pubblica, dettagliata e inequivocabile: quali comportamenti respingono, quali insegnamenti impartiscono nelle comunità affiliate e quali provvedimenti prevedono nei confronti di chi promuove pratiche illegali? Una dichiarazione di principio non basta quando si tratta di tutelare concretamente la libertà e i diritti delle persone.

Integrare o creare società parallele?

Chi rappresenta i musulmani italiani?

In Italia esistono diverse organizzazioni che si propongono come rappresentanti delle comunità musulmane, fra cui UCOII, COREIS e Centro Islamico Culturale d’Italia. Non sono tre confessioni distinte e non esiste un’autorità religiosa unica che parli a nome di tutti i musulmani.

Il 1° febbraio 2017 alcune delle principali organizzazioni sottoscrissero con il Ministero dell’Interno il Patto nazionale per un Islam italiano, assumendo impegni sul rispetto dell’ordinamento, sul contrasto dell’estremismo e sulla trasparenza delle attività religiose.

Ma quanto sono effettivamente rappresentative queste organizzazioni? Quali strumenti hanno per promuovere il rispetto degli impegni assunti presso le comunità affiliate? E come si spiega che, dopo tanti anni, non si sia ancora giunti a un’intesa approvata con legge ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione? Sono domande alle quali sarebbe importante ricevere risposte documentate.

Una notizia appresa recentemente dalla televisione mi ha lasciato particolarmente perplesso.

Riguarda la costituzione, a Padova, di una Camera arbitrale islamica destinata a risolvere controversie tra musulmani secondo principi della Sharia.

Non si tratta di un tribunale dello Stato, ma di un organismo privato. La legislazione italiana consente forme di arbitrato, purché rispettino i limiti stabiliti dall'ordinamento.

Resta però una domanda: perché creare un organismo espressamente destinato ad applicare principi religiosi a controversie che possono essere affrontate con gli strumenti previsti dalla legge italiana?

Non voglio anticipare giudizi sulla legittimità dell'iniziativa, sulla quale sono stati avviati accertamenti. Mi preoccupa però l'eventualità che possano svilupparsi sistemi di risoluzione delle controversie nei quali i precetti religiosi assumano un'autorità maggiore delle norme civili.

Ho appreso che l'UCOII ha preso pubblicamente le distanze dall'iniziativa, invitando i musulmani a non ricorrervi. È una presa di posizione che considero importante.

Ma la questione generale rimane.

Chi sceglie di vivere in Italia deve poter contare sulle garanzie della giustizia italiana, senza essere sottoposto a pressioni affinché accetti regole religiose che potrebbero limitarne i diritti.

Quando la religione entra nella politica

Un altro fenomeno che seguo con preoccupazione è la nascita di gruppi politici organizzati intorno all'identità musulmana.

Non contesto il diritto dei cittadini musulmani di partecipare alla vita politica italiana. La Costituzione lo garantisce, e sarebbe una contraddizione invocare il rispetto della nostra legge per poi negare un diritto che essa riconosce.

La mia preoccupazione riguarda invece gli obiettivi di queste organizzazioni.

L'Islam, in alcune delle sue interpretazioni tradizionali, non si limita a disciplinare la vita spirituale dei fedeli, ma comprende norme che riguardano anche la famiglia, il matrimonio, i rapporti sociali e l'amministrazione della giustizia.

Mi domando quindi quale concezione dei rapporti tra religione e Stato intendano sostenere i gruppi politici che si richiamano esplicitamente all'identità islamica.

Vogliono semplicemente rappresentare gli interessi dei cittadini musulmani, nel rispetto delle istituzioni italiane, oppure intendono promuovere una legislazione ispirata a prescrizioni religiose?

Non conosco elementi sufficienti per attribuire a questi gruppi un progetto di trasformazione religiosa dello Stato. Ma ritengo che i loro programmi debbano essere esaminati con particolare attenzione, proprio per chiarire questo aspetto.

Mi preoccupa anche la possibilità che i partiti tradizionali, di qualsiasi orientamento politico, favoriscano determinate organizzazioni per convenienza elettorale senza approfondirne adeguatamente i programmi.

Non intendo schierarmi a favore della destra o della sinistra. La questione che pongo è precedente a qualsiasi appartenenza politica.

Il principio della laicità dello Stato, l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la tutela delle libertà individuali non dovrebbero diventare oggetto di compromessi elettorali.

Non voglio che l'Italia perda i principi civili e democratici conquistati attraverso secoli di evoluzione storica. Ma proprio per difenderli ritengo necessario applicarli senza distinzioni, anche a chi professa una religione diversa dalla mia.

Chi partecipa alla vita politica italiana deve poterlo fare liberamente, nel rispetto delle regole democratiche. E chi aspira a governare deve essere giudicato per ciò che propone e per ciò che fa, non soltanto per la religione che professa.

La domanda che considero decisiva è questa: queste organizzazioni riconoscono la legge civile come unica autorità giuridica dello Stato, anche quando entra in contrasto con le prescrizioni della loro fede?

È su questo punto che vorrei conoscere risposte pubbliche e inequivocabili.

Una convivenza possibile, ma con regole comuni

Non considero la religione musulmana un nemico da combattere, così come non considero nemiche le altre religioni. Non pretendo di stabilire in che cosa debbano credere gli altri. Non riconosco a nessuno, però, il diritto di impormi comportamenti derivanti dalla sua fede.

L’Italia ha una storia, una cultura e un ordinamento giuridico che si sono sviluppati attraverso secoli di cambiamenti, contrasti e conquiste civili. Chi decide di vivere nel nostro Paese deve poter conservare la propria religione, la propria lingua e le proprie tradizioni, purché i comportamenti che ne derivano rispettino le leggi comuni.

Non considero necessario introdurre norme particolari per i musulmani. Ritengo invece indispensabile applicare quelle esistenti, senza eccezioni motivate dalla fede religiosa. Ed è responsabilità dello Stato assicurare che questo avvenga concretamente, soprattutto quando sono in gioco la libertà delle donne, la tutela dei minori e i diritti individuali.

La libertà religiosa non è il diritto di sottrarsi alla legge. È il diritto di professare liberamente la propria fede nel rispetto della legge.

Non chiedo privilegi per chi non crede e non ne riconosco a chi crede. È su questo principio che ritengo debba fondarsi la convivenza in una società laica. E vorrei conoscere l’opinione di chi legge, soprattutto di chi non condivide queste mie considerazioni.

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