Esiste una situazione nella quale il rispetto delle regole può impedire alla giustizia di compiere il proprio dovere?
È una domanda che mi sono posto scrivendo Il sangue della Medusa, primo romanzo della serie dedicata a Bruno Fonda e alla Squadra.
Immaginiamo un individuo responsabile di un crimine gravissimo. Gli investigatori sono convinti di aver individuato il colpevole, hanno raccolto indizi e ricostruito i fatti. Ma quando si arriva davanti a un tribunale, l'accusa non riesce a dimostrarne la responsabilità secondo le regole del processo.
La difesa individua le debolezze dell'impianto accusatorio, mette in discussione le prove, contesta le testimonianze e utilizza ogni possibilità consentita dalla legge. Alla fine, l'imputato viene assolto.
La giustizia ha funzionato oppure ha fallito?
Dal punto di vista giuridico, la risposta sembrerebbe semplice: ha funzionato. Nessuno può essere condannato se la sua responsabilità non viene dimostrata oltre ogni ragionevole dubbio. È una garanzia fondamentale dello Stato di diritto.
Ma proviamo a guardare la stessa vicenda attraverso gli occhi della vittima o dei suoi familiari.
Per loro, il risultato può essere molto diverso. Il dolore rimane, il crimine non riceve una punizione e la persona che ritengono responsabile torna libera.
Si dirà che è preferibile assolvere un colpevole piuttosto che condannare un innocente. È un principio di civiltà che condivido. Ma non elimina il problema, soprattutto nei casi in cui la convinzione della colpevolezza è fortissima e ciò che manca è la possibilità di dimostrarla in giudizio.
C'è una distinzione che considero fondamentale: difendere i diritti dell'imputato non dovrebbe significare dimenticare quelli della vittima.
La difesa ha il diritto, e il dovere, di contestare le accuse, verificare le prove e impedire una condanna ingiusta. Non è suo compito aiutare l'accusa a vincere il processo.
Ma se il processo diventa una competizione nella quale prevale chi dispone dei migliori strumenti per sostenere la propria tesi, quale spazio rimane per la ricerca della verità?
Il peso del denaro
Esiste poi un altro aspetto che raramente viene affrontato con sufficiente franchezza: il peso del denaro nell'amministrazione della giustizia.
I grandi criminali, soprattutto quelli che hanno accumulato fortune attraverso attività illecite, possono disporre di risorse finanziarie enormi. Possono permettersi gli studi legali più prestigiosi, professionisti di grande esperienza, consulenti tecnici di prim'ordine e strategie difensive che richiedono tempo e denaro.
Non è tutto. Alcuni di questi ambienti professionali dispongono anche di una vasta rete di conoscenze e relazioni negli ambienti economici, politici e istituzionali.
Non sto sostenendo che tali rapporti siano necessariamente illeciti o che vengano utilizzati per influenzare i giudici. Sarebbe un'accusa ingiustificata. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che il prestigio, le relazioni e la disponibilità economica possono rappresentare vantaggi concreti.
Naturalmente, ogni imputato ha diritto alla migliore difesa possibile. Non contesto questo principio.
Mi domando, però, quanto sia effettiva l'uguaglianza davanti alla legge quando un imputato può investire somme ingenti per contestare ogni elemento dell'accusa, mentre un altro deve accontentarsi delle risorse che riesce a trovare.
E quando il primo è proprio un grande criminale, arricchitosi grazie ai suoi delitti, il paradosso diventa ancora più evidente: il denaro ottenuto violando la legge può trasformarsi nello strumento che gli permette di sfuggire alla punizione.
La legge è uguale per tutti. Ma lo sono anche le possibilità di difendersi davanti alla legge?
La giustizia e le sue conseguenze
Mi domando anche se tutti i diritti debbano avere lo stesso valore in qualsiasi circostanza.
La libertà personale e il diritto a un processo equo non possono dipendere dall'indignazione pubblica o dalla semplice convinzione degli investigatori. Eppure, quando lo Stato non riesce a ottenere una condanna, dobbiamo considerare esaurito ogni suo dovere nei confronti delle vittime e della società?
Il rispetto delle garanzie processuali è indispensabile per evitare gli abusi. Ma anche l'impunità ha un prezzo, non soltanto per chi ha subito il crimine, ma per la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
È proprio in questa contraddizione che nasce il conflitto morale di Il sangue della Medusa.
Quando la giustizia istituzionale non riesce a raggiungere chi viene ritenuto colpevole, la tentazione di sostituirsi a essa può diventare irresistibile.
Ma chi decide quando una giustizia alternativa sia legittima? E chi impedisce che il desiderio di punire si trasformi in vendetta?
Non credo che basti rispondere invocando il rispetto della legge. La legge è indispensabile, ma non è infallibile. È uno strumento costruito dagli uomini e, come tale, può essere imperfetto.
D'altra parte, anche sacrificare le garanzie in nome della giustizia comporta un rischio evidente: quello di colpire un innocente.
È un conflitto che non possiamo eliminare con una semplice dichiarazione di principio.
Il prezzo dei principi
Non intendo proporre soluzioni. Non sono un giurista e non pretendo di aver trovato la risposta a un problema che accompagna la giustizia da secoli.
Vorrei soltanto che ci interrogassimo su una contraddizione che spesso preferiamo ignorare.
Quando un colpevole sfugge alla condanna perché l'accusa non è riuscita a dimostrarne la responsabilità secondo le regole del processo, possiamo affermare che il diritto è stato rispettato. Ma possiamo affermare, con altrettanta sicurezza, che sia stata fatta giustizia?
Chi considera intoccabili le garanzie dell'imputato, in qualsiasi circostanza, sostiene una posizione rispettabile e fondata su principi essenziali della nostra civiltà giuridica.
Ma vorrei porgli una domanda.
Se a subire quel delitto fosse stata una persona a lui cara, e se avesse la certezza morale che l'autore sia tornato libero grazie all'insufficienza delle prove o all'abilità della difesa, continuerebbe a considerare quel risultato una vittoria della giustizia?
Non gli chiedo di rinunciare ai propri principi. Gli chiedo di confrontarli con il dolore di chi ha subito il crimine.
E a chi, al contrario, sarebbe disposto a limitare i diritti di un imputato pur di non lasciarlo impunito, rivolgerei una domanda altrettanto scomoda: accetterebbe che quelle stesse limitazioni fossero applicate a una persona innocente a lui cara?
È facile difendere un principio quando il prezzo della sua applicazione viene pagato da qualcun altro.
Il conflitto morale che attraversa Il sangue della Medusa nasce proprio qui, nello spazio che talvolta separa il rispetto della legge dal nostro bisogno di giustizia.
Non vi chiedo di scegliere tra il colpevole e la vittima. Vi chiedo di riconoscere che, qualunque principio scegliamo di difendere, qualcuno potrebbe pagarne il prezzo.
E allora torno alla domanda iniziale:
Quando la legge non riesce a punire chi ha commesso un delitto, dobbiamo considerare quel risultato il prezzo inevitabile della libertà oppure il fallimento della giustizia?
Mi piacerebbe conoscere la vostra risposta. Soprattutto se diversa dalla mia.
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