Equalia è una società perfetta. O almeno è quanto sostengono i suoi abitanti.
È un modello di convivenza fondato sull’uguaglianza davanti alla legge, sul riconoscimento del merito e sull’equilibrio rigoroso tra diritti e doveri. Nessun individuo può essere favorito o discriminato per la propria origine, per il colore della pelle, per le caratteristiche fisiche, per la famiglia nella quale è nato o per l’associazione politica alla quale appartiene.
La popolazione di Equalia è composta di individui maschi e femmine distribuiti in eguale misura. Il quaranta per cento degli abitanti ha la pelle chiara e i capelli castani; il venti per cento ha la pelle chiara e i capelli biondi; il trenta per cento ha la pelle ambrata e i capelli neri; il restante dieci per cento ha la pelle scura. Queste differenze sono registrate soltanto come caratteristiche della popolazione e non comportano privilegi, graduatorie o discriminazioni. Ogni individuo è cittadino di Equalia allo stesso modo di tutti gli altri.
A ciascuno vengono garantiti un’istruzione adeguata alle proprie capacità, un’occupazione utile alla collettività e una retribuzione proporzionata alle competenze richieste, all’impegno dimostrato, ai risultati ottenuti e alle responsabilità assunte. Tutti devono contribuire al bene comune secondo le proprie possibilità economiche, fisiche e intellettuali.
Nessuno è obbligato a dare più di quanto sia realmente in grado di offrire. Nessuno, però, può sottrarsi volontariamente alla propria parte.
Il principio fondamentale di Equalia stabilisce che a ogni diritto debba corrispondere un dovere. I diritti non vengono considerati privilegi concessi dallo Stato, ma componenti di un patto che lega ogni cittadino alla comunità. Chi adempie ai propri doveri gode pienamente dei diritti riconosciuti dalla legge. Chi trascura volontariamente una parte dei propri obblighi subisce una riduzione proporzionale di alcuni diritti.
Nessuno può pretendere dalla società ciò che si rifiuta deliberatamente di restituire alla società.
La riduzione non può tuttavia riguardare i diritti essenziali alla vita, alla dignità personale, alla difesa e a un giudizio imparziale. Equalia distingue tra i diritti fondamentali, appartenenti a ogni essere umano, e i diritti civili o sociali derivanti dalla piena partecipazione alla vita collettiva. Soltanto questi ultimi possono essere limitati quando un individuo rifiuta consapevolmente e senza giustificazione di rispettare i propri doveri.
Stabilire se una persona abbia realmente fatto quanto era nelle sue possibilità non è affidato a funzionari, giudici o governanti che potrebbero essere condizionati da simpatie, interessi, ideologie e pressioni politiche. I comportamenti, le capacità, le competenze e i risultati di ogni cittadino vengono analizzati da sofisticati sistemi di intelligenza artificiale.
Le intelligenze artificiali di Equalia dispongono dei dati necessari per ricostruire il percorso di ciascun individuo. Esaminano la formazione ricevuta, le opportunità avute, le condizioni fisiche e mentali, l’impegno dimostrato, le responsabilità assunte, gli errori commessi e i risultati raggiunti. Devono distinguere l’incapacità reale dalla negligenza, l’errore occasio nale dalla condotta abituale, la difficoltà involontaria dal rifiuto cosciente dei propri obblighi.
I loro criteri di giudizio sono spietatamente improntati a quattro principi: merito, efficienza, progresso e conservazione della specie.
Il merito misura il valore effettivo del contributo offerto dal singolo. Non dipende dalla ricchezza, dal prestigio, dalla popolarità o dall’origine familiare, ma dalle capacità sviluppate e dal modo in cui vengono utilizzate.
L’efficienza confronta i risultati ottenuti con il tempo, il lavoro e le risorse impiegate. Equalia non accetta lo spreco come conseguenza inevitabile della cattiva amministrazione e non considera meritevole un’attività soltanto perché animata da buone intenzioni.
Il progresso misura la capacità di una decisione, di una scoperta o di un comportamento di migliorare le condizioni presenti e di accrescere le possibilità future della società. La conservazione della specie, infine, prevale su ogni altro criterio quando siano in gioco la sopravvivenza della popolazione, la continuità biologica, la tutela dell’ambiente e la disponibilità delle risorse necessarie alla vita.
L’intelligenza artificiale non prova compassione. Non conosce amicizia, pietà, paura o gratitudine. Non può essere corrotta e non riconosce autorità fondate sul denaro, sul nome o sul potere. Non protegge interessi particolari e non concede indulgenza per convenienza politica.
Valuta soltanto ciò che può essere dimostrato e le conseguenze che ogni decisione produce sulla comunità.
Proprio per questa ragione, però, l’intelligenza artificiale non ha mai il potere di emettere una decisione definitiva.
Le sue conclusioni assumono la forma di pareri dettagliati e motivati, sottoposti a un’assemblea composta da esseri umani. A questo comitato, che svolge funzioni paragonabili a quelle di un parlamento, spetta sempre l’ultima parola.
La componente umana ha il compito di individuare gli errori che possono nascere dalla perfezione matematica. Deve valutare tutto ciò che non può essere tradotto interamente in numeri: la dignità della persona, una sofferenza difficile da misurare, una circostanza eccezionale, un sacrificio compiuto senza risultati immediati, un gesto generoso apparentemente inefficiente o le conseguenze morali di una soluzione perfettamente razionale.
L’intelligenza artificiale difende Equalia dal favoritismo, dall’incompetenza, dalla corruzione e dal sentimentalismo irresponsabile. Gli esseri umani la difendono dalla freddezza, dalla rigidità e dagli errori della pura razionalità.
La macchina indica la soluzione più efficiente. L’uomo decide se quella soluzione sia anche giusta.
La scelta dei membri dell’assemblea umana rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’organizzazione politica di Equalia. Le candidature vengono presentate dalle associazioni civili e politiche, in parte corrispondenti agli antichi partiti. Nessuna associazione, tuttavia, può designare direttamente i propri rappresentanti né trasformare l’assemblea in uno strumento di parte.
I candidati vengono sottoposti a controlli approfonditi sulle competenze, sulla condotta, sull’indipendenza economica, sui conflitti d’interesse e sulla capacità di assumere decisio ni nell’interesse generale. L’idoneità viene valutata dai sistemi di intelligenza artificiale, ma la composizione finale dell’assemblea è determinata attraverso una successione di votazioni, sorteggi, selezioni ed esclusioni.
Il procedimento si ispira all’antico sistema utilizzato dalla Repubblica di Venezia per eleggere il doge. Fasi elettive e fasi stocastiche si alternano in modo che nessuna associazione, famiglia, corrente o gruppo economico possa prevedere e controllare l’intero processo.
Il caso impedisce gli accordi preparati in anticipo. La votazione impedisce che il caso affidi il potere a persone incapaci. La valutazione delle competenze esclude gli inadeguati. La pluralità delle associazioni impedisce che una sola visione della società diventi dominante.
Nessun gruppo può occupare stabilmente la maggioranza dell’assemblea. Nessun candidato può acquistare il proprio incarico, prometterlo ad altri o trasmetterlo ai propri discendenti. I membri rimangono in carica per un periodo limitato e non possono essere immediatamente riconfermati.
Ogni loro decisione deve essere motivata, registrata e resa pubblica. Quando l’assemblea modifica o respinge il parere di un’intelligenza artificiale, deve spiegare quali elementi umani siano stati trascurati o valutati in modo insufficiente. La semplice convenienza politica, il consenso popolare o l’appartenenza a una corrente non costituiscono motivazioni ammissibili.
Al termine del mandato, anche l’operato dei componenti dell’assemblea viene esaminato. Chi ha esercitato il potere è sottoposto agli stessi criteri applicati agli altri cittadini: merito, efficienza, contributo al progresso e tutela della comunità. Governare non concede privilegi, ma comporta responsabilità maggiori.
In Equalia il potere non appartiene dunque agli uomini né alle macchine. Nasce dal loro controllo reciproco.
Le intelligenze artificiali osservano, analizzano e propongono. Gli esseri umani interpretano, correggono e decidono. Il sorteggio ostacola la formazione delle oligarchie. La selezione per merito impedisce il governo degli incompetenti. La pubblicità delle decisioni rende difficile la corruzione. La limitazione dei mandati impedisce che il servizio pubblico diventi possesso personale.
Tutto il sistema si regge sulla convinzione che libertà e responsabilità non possano essere separate. Una società nella quale si pretendono diritti senza accettare doveri è destinata al disordine. Una società nella quale si impongono doveri senza riconoscere diritti è destinata alla tirannide.
Equalia cerca di mantenersi perennemente in equilibrio tra questi due estremi.
È un pianeta lontano, forse irraggiungibile, sul quale l’uguaglianza non consiste nel fingere che tutti abbiano le stesse capacità o producano gli stessi risultati. Consiste nell’offrire a tutti la stessa dignità, le stesse possibilità e un giudizio fondato sugli stessi criteri.
Non tutti ricevono la stessa ricompensa, perché non tutti assumono le stesse responsabilità e non tutti offrono il medesimo contributo. Ma nessuno viene escluso per ciò che è, per il gruppo al quale appartiene o per la famiglia nella quale è nato.
In Equalia ogni cittadino ottiene dalla comunità quanto gli è necessario per sviluppare le proprie capacità. In cambio, deve mettere quelle capacità al servizio del bene comune.
La macchina garantisce l’imparzialità.
L’essere umano conserva la giustizia.
Da questo difficile equilibrio nasce la società ideale.
Il crimine e la giustizia su Equalia
Anche nella società apparentemente perfetta di Equalia esiste il crimine. Un individuo, indipendentemente dalla classe alla quale appartiene, può decidere di violare la legge e di anteporre il proprio interesse ai diritti degli altri e al bene comune.
La rilevazione dei fatti è affidata ai sistemi di intelligenza artificiale. Le prove raccolte sono complete, verificabili e inoppugnabili. Non esistono dubbi sull’identità del responsabile né sulla ricostruzione materiale dell’accaduto. Il giudizio non serve pertanto a stabilire se l’imputato sia colpevole, ma a classificare correttamente il reato, valutarne la gravità e applicare la pena prevista dalla legge.
Le norme penali vengono elaborate congiuntamente dall’intelligenza artificiale e dal Comitato etico umano. L’AI ne garantisce la coerenza, l’efficienza, la proporzionalità e l’imparzialità; il Comitato impedisce che la ricerca della perfezione razionale produca conseguenze incompatibili con la dignità della persona.
La pena di morte non è ammessa.
Chi commette un crimine ha violato uno o più doveri, talvolta fondamentali, sui quali si regge la convivenza. Per questa ragione non può conservare immutato l’esercizio di tutti i diritti derivanti dalla piena appartenenza alla comunità. La pena consiste quindi nella privazione della libertà e nella limitazione proporzionata di alcuni diritti civili e sociali.
Restano tuttavia intangibili il diritto alla vita, all’integrità fisica, al nutrimento, alle cure essenziali, alla dignità personale e alla corretta applicazione della legge. Il criminale perde una parte della propria libertà, ma non cessa di appartenere alla comunità umana.
La durata della pena è stabilita dalla legge in rapporto alla gravità del reato. Vengono considerati il danno provocato, l’intenzione, la premeditazione, l’abuso di autorità o di fiducia, il numero delle vittime e tutte le altre circostanze espressamente previste.
A fatti identici e a circostanze identiche corrispondono pene identiche, qualunque sia la ricchezza, la posizione sociale, la classe di appartenenza o il prestigio del colpevole.
Il merito acquisito in precedenza non può comprare l’impunità. Uno scienziato indispensabile, un governante, un comandante o un cittadino appartenente alla classe più elevata rispondono dei propri atti come qualsiasi altro individuo. L’abuso di una responsabilità superiore può, anzi, rendere il reato più grave.
La difesa continua a esistere, ma non ha il compito di ottenere una pena minore grazie all’abilità retorica, ai cavilli, agli espedienti procedurali o alla capacità personale del difensore. Essa deve controllare che il fatto sia stato classificato correttamente, che tutte le circostanze siano state considerate e che la pena applicata corrisponda esattamente a quella prevista dalla legge.
Il difensore non cerca la pena più lieve. Cerca la pena giusta.
Su Equalia non esiste la possibilità che due persone responsabili dello stesso crimine ricevano trattamenti differenti perché una dispone di una difesa più ricca o più abile dell’altra. La giustizia non è una gara fra accusatore e difensore, ma la ricerca della corretta appli cazione della legge.
Dopo la condanna, l’intelligenza artificiale valuta separatamente se il colpevole sia recuperabile.
La valutazione prende in considerazione la personalità, le ragioni del crimine, la capacità di comprendere il danno arrecato, il comportamento precedente, la risposta alla condanna e la probabilità concreta che l’individuo possa tornare a rispettare il patto sociale.
Se il condannato è recuperabile, durante la detenzione viene sottoposto a un programma di formazione, disciplina, lavoro e rieducazione. Deve comprendere il danno arrecato, correggere le cause del proprio comportamento e dimostrare di poter tornare a convivere con gli altri senza costituire un pericolo.
Se viene giudicato irrecuperabile, Equalia non spreca risorse in trattamenti destinati con certezza a fallire. Il condannato viene custodito in condizioni dignitose, isolato quando necessario e impiegato in attività compatibili con le sue capacità. Non viene sottoposto alla finzione di una rieducazione impossibile.
La dichiarazione di irrecuperabilità è tuttavia sottoposta a verifiche periodiche, anche molto distanziate nel tempo. Non perché Equalia debba ripetere indefinitamente tentativi inutili, ma perché nessun giudizio sulla natura di un essere umano può essere considerato assolutamente immutabile.
L’irrecuperabilità non modifica la durata della pena prevista per il crimine commesso. Pena e pericolosità rimangono concetti distinti: la prima riguarda ciò che l’individuo ha fatto; la seconda riguarda ciò che potrebbe fare in futuro.
Nessuno può essere condannato a una pena più lunga per un crimine che non ha ancora commesso.
Al termine della condanna, qualora un individuo rappresenti ancora un pericolo concreto e dimostrabile, possono essere applicate misure di sicurezza separate dalla pena. Tali misure devono essere autorizzate dal Comitato etico umano, motivate in modo dettagliato e periodicamente riesaminate. La previsione dell’intelligenza artificiale, da sola, non è sufficiente a privare indefinitamente una persona della libertà.
Durante la detenzione, ogni condannato fisicamente e mentalmente idoneo è tenuto a lavorare.
La privazione della libertà non annulla il dovere di contribuire al bene comune. Il detenuto continua a ricevere dalla società nutrimento, alloggio, cure, sorveglianza e protezione. Se possiede la capacità di rendersi utile, non può pretendere di vivere volontariamente nell’ozio a carico di coloro che rispettano la legge.
Il lavoro non costituisce una pena aggiuntiva. Rappresenta la continuazione dei doveri che l’individuo conserva verso la comunità anche dopo la condanna.
L’attività viene assegnata dall’intelligenza artificiale tenendo conto delle condizioni fisiche e mentali del detenuto, delle sue competenze, del livello di pericolosità e delle necessità della collettività. Può consistere in lavori produttivi, manutenzione, agricoltura, servizi tecnici, studio, formazione, ricerca o altre attività socialmente utili.
Chi non può svolgere un lavoro manuale contribuisce secondo le proprie possibilità intellettuali o professionali. Soltanto chi è realmente incapace viene esentato.
Una parte del valore prodotto serve a compensare i costi della detenzione. Una parte viene destinata al risarcimento delle vittime o, quando ciò non sia possibile, della collettività. Una parte viene accantonata a favore del detenuto, affinché al termine della pena possa ricostruire la propria vita e non venga rimesso in libertà senza mezzi.
Il lavoro deve svolgersi in condizioni dignitose e sicure. Non può essere utilizzato per umiliare il condannato, infliggergli sofferenze inutili o arricchire persone, imprese o gruppi privati. Il detenuto è sottoposto a una pena, ma non diventa proprietà dello Stato.
Anche il condannato giudicato irrecuperabile è tenuto a lavorare, se ne è capace. In questo caso il lavoro non ha finalità rieducativa, ma costituisce l’adempimento del dovere residuo verso la società. Equalia può rinunciare a tentativi inutili di recupero, ma non al contributo che quella persona è ancora in grado di offrire.
Il comportamento nel lavoro non modifica automaticamente la durata della pena. Lavorare con impegno non cancella il reato commesso; lavorare male non autorizza l’amministrazione a prolungare arbitrariamente la detenzione. Il comportamento può incidere sulle condizioni della custodia e sulla valutazione della recuperabilità, ma non sul prezzo giuridico del crimine, già stabilito dalla legge.
Può tuttavia accadere che un detenuto capace di lavorare si rifiuti categoricamente di svolgere qualsiasi attività.
Prima di considerare il rifiuto una nuova violazione, l’intelligenza artificiale deve accertarne le cause. Devono essere escluse una malattia fisica o mentale, uno stato depressivo, l’inadeguatezza del compito assegnato, condizioni di lavoro illegittime o una protesta contro un trattamento contrario alla legge.
Soltanto quando il rifiuto risulta cosciente, volontario e privo di giustificazione viene considerato una nuova violazione dei doveri.
Il detenuto non può essere trascinato con la forza al lavoro, picchiato, affamato o sottoposto a trattamenti degradanti. Equalia non può difendere la legge violando essa stessa i principi sui quali si fonda.
Chi rifiuta volontariamente di lavorare viene però assegnato a un regime detentivo essenziale. Conserva il nutrimento adeguato, l’alloggio, l’igiene, le cure, la difesa, l’istruzione indispensabile e i contatti familiari minimi, ma perde i benefici non fondamentali concessi a chi adempie ai propri doveri.
Può essere escluso dalle attività ricreative facoltative, dalla disponibilità di beni superflui, dalle maggiori libertà all’interno della struttura e da ogni altro vantaggio non necessario alla conservazione della salute e della dignità.
Non si tratta di vendetta, ma dell’applicazione del principio generale di Equalia: chi rifiuta consapevolmente i propri doveri non può pretendere integralmente i benefici derivanti dalla partecipazione alla comunità.
Il rifiuto di lavorare non consente però all’amministrazione di prolungare indefinitamente la pena originaria. Può essere giudicato come un’infrazione autonoma soltanto secondo conseguenze già previste dalla legge, mai attraverso decisioni arbitrarie prese all’interno della struttura detentiva.
Il valore del contributo non prestato e i costi che il detenuto si è rifiutato di compensare possono trasformarsi in un debito verso la collettività. Dopo la liberazione, una parte del suo reddito può essere trattenuta fino al rimborso dovuto e al risarcimento delle vittime.
Il condannato può quindi rifiutarsi materialmente di lavorare, perché Equalia non usa la violenza per impadronirsi del suo corpo, ma non può cancellare le conseguenze del proprio rifiuto.
Se continua a respingere ogni attività per l’intera durata della pena, viene mantenuto nel regime essenziale. Il suo comportamento viene registrato come elemento rilevante nella valutazione della recuperabilità e della futura pericolosità. Può giustificare controlli più rigorosi dopo la liberazione, ma non una nuova condanna per fatti non ancora commessi.
Equalia non riconosce il diritto all’ozio volontario, ma non trasforma il detenuto in uno schiavo.
Il principio più delicato della giustizia riguarda il conflitto tra i diritti della vittima e quelli dell’aggressore.
Quando un individuo entra nell’abitazione di un altro per rapinarlo, minaccia deliberatamente la sua vita, la sua incolumità e la sicurezza della sua famiglia. Nel momento in cui crea volontariamente questo pericolo non può pretendere che la vittima rinunci a difendersi per garantire l’incolumità dell’aggressore.
Chi non rispetta il diritto alla vita altrui non può pretendere che il proprio diritto alla vita prevalga su quello della persona che sta aggredendo.
L’aggredito può quindi usare tutta la forza ragionevolmente necessaria per interrompere la minaccia, anche quando essa possa provocare la morte dell’aggressore. Non è obbligato ad attendere di essere ferito, a verificare se l’arma sia autentica o a mettere in pericolo la propria vita scegliendo un mezzo di difesa meno efficace.
In quel momento non viene applicata una pena. La vittima non condanna l’aggressore e non lo giustizia: impedisce che il crimine venga portato a compimento. La responsabilità delle conseguenze ricade innanzitutto su chi ha creato volontariamente il conflitto tra i due diritti.
La prevalenza del diritto dell’aggredito dura tuttavia soltanto finché il pericolo è reale e attuale. Se l’aggressore si arrende, viene disarmato, immobilizzato o fugge senza rappresentare più una minaccia, il diritto alla difesa cessa. Colpirlo o ucciderlo da quel momento costituirebbe vendetta e quindi un nuovo crimine.
L’aggressore conserva il diritto alla vita, ma durante l’aggressione non può farlo prevalere su quello della vittima.
La legge di Equalia tutela in primo luogo chi non ha provocato lo scontro. Nessun innocente è tenuto a sacrificarsi per proteggere colui che sta tentando di ucciderlo. Nello stesso tempo, nessuna vittima può trasformare la legittima difesa nel diritto di punire personalmente un aggressore ormai sconfitto.
Anche nell’amministrazione della giustizia si ripropone quindi l’equilibrio sul quale si fonda l’intera società.
L’intelligenza artificiale accerta i fatti, misura il danno e individua la risposta più razionale. Il Comitato etico umano verifica che quella risposta rimanga proporzionata e compatibile con la dignità della specie.
La macchina impedisce che il criminale sfugga alla propria responsabilità.
L’essere umano impedisce che la giustizia diventi vendetta.
Le domande ai lettori
— Un’intelligenza artificiale può aiutare a rendere più imparziale la giustizia senza sostituire il giudizio umano?
— Il diritto a ricevere dalla società può essere separato dal dovere di contribuire?
Equalia è una società immaginaria: le sue tecnologie e le sue regole sono ipotesi narrative, non descrizioni delle capacità attuali dei sistemi di intelligenza artificiale.
Partecipa alla discussione
Commenta direttamente qui sotto. Gli interventi sono pubblicati soltanto dopo la moderazione.