Oriano Galvanini
Lingua e costume · di Oriano Galvanini

Perché non diciamo «due euri»?

Chi decide come dobbiamo parlare: la grammatica, l’uso o le istituzioni?

Riflessione personale · aperta al confronto

In italiano diciamo normalmente:

un dollaro, due dollari; un marco, due marchi; uno scudo, due scudi; un tallero, due talleri.

Eppure diciamo:

un euro, due euro.

Perché non due euri ?

La spiegazione che viene data più spesso è che euro sarebbe una parola di carattere internazionale e che, come molti termini stranieri entrati nell’italiano, dovrebbe rimanere invariata: un film, due film; un computer, due computer.

Ma il paragone non mi convince.

L’euro non è soltanto una parola straniera adoperata occasionalmente. È il nome della nostra moneta, usato quotidianamente dagli italiani e ormai entrato pienamente nella nostra lingua. E in italiano un sostantivo maschile terminante in -o forma normalmente il plurale in -i : perciò euro/euri sarebbe una trasformazione del tutto naturale.

Come si arrivò all’euro invariabile?

Alla fine degli anni Novanta, le indicazioni europee per la terminologia ufficiale raccomandarono di usare la forma invariabile euro nei documenti legislativi italiani. Non si trattava, però, di una legge che vietasse agli italiani di dire euri : era una convenzione redazionale destinata soprattutto agli atti comunitari.

La scelta, inoltre, non fu uguale per tutte le lingue. In francese, spagnolo e portoghese si affermarono regolarmente i plurali euros . In italiano, tedesco e greco prevalse invece la forma invariabile. La stessa Accademia della Crusca riconobbe l’asimmetria e ammise che l’istinto naturale di un parlante italiano porta a trasformare un nome maschile in -o nel plurale in -i .

Nel 2001 Francesco Sabatini, allora presidente dell’Accademia della Crusca, difese l’invariabilità sostenendo che euro possedesse una particolare natura sovranazionale: quasi la prima parola di una lingua europea non appartenente a una singola nazione.

È un’argomentazione autorevole, ma discutibile. Una moneta comune non richiede necessariamente una grammatica comune. La moneta avrebbe potuto chiamarsi nello stesso modo in tutta Europa, lasciando però che ogni lingua ne formasse il plurale secondo le proprie regole.

I francesi avrebbero continuato a dire euros , gli spagnoli euros , i tedeschi Euro e noi italiani euri . L’unità monetaria non ne avrebbe sofferto minimamente.

Il peso dei mezzi d’informazione

La ricostruzione della Treccani ricorda che, nei primi anni, la forma «euri» era effettivamente in uso accanto a «euro». Furono la pressione dei mezzi d’informazione, la posizione assunta dalla Crusca, le convenzioni europee e l’episodio attribuito al presidente Carlo Azeglio Ciampi — che avrebbe sostituito euri con euro in un decreto governativo — a orientare rapidamente l’uso pubblico verso la forma invariabile.

Giornali, televisioni, banche, amministrazioni e scuole cominciarono a ripetere:

dieci euro; cento euro; mille euro.

Dopo pochi anni, euri cominciò a sembrare popolare, scherzoso o addirittura sbagliato. Ma non era cambiata la grammatica italiana: era cambiata soltanto l’abitudine.

La stessa Treccani riconosce che euri non è grammaticalmente scorretto , anche se oggi la forma invariabile è largamente maggioritaria.

E le altre parole italiane invariabili?

È vero che nella nostra lingua esistono parole invariabili: re, città, virtù, crisi, specie . Ma lo sono per ragioni legate alla loro storia e alla loro struttura.

Città e virtù terminano con una vocale accentata; crisi termina già in -i ; re appartiene storicamente a una particolare classe di nomi invariabili.

Euro , invece, è un normale sostantivo maschile terminante in -o non accentata. Dal punto di vista della morfologia italiana, il plurale più spontaneo è quindi euri . La stessa Crusca ha riconosciuto che proprio questa è la forma alla quale conduce naturalmente l’istinto dei parlanti italiani.

Una scelta linguistica e culturale

La questione può sembrare marginale, ma riguarda il modo in cui concepiamo l’Europa.

L’Europa dovrebbe unire popoli fieri della propria storia e della propria lingua, non appiattirli in un linguaggio burocratico uniforme. L’Italia non deve rinunciare alla propria grammatica per dimostrare di essere europea.

Siamo eredi di una civiltà che ha dato al mondo il latino, il diritto romano e una parte fondamentale della cultura occidentale. Non vi è nulla di provinciale nel voler conservare la struttura e l’armonia della lingua italiana.

Per questo, pur sapendo che la forma ufficiale e oggi maggioritaria è euro , personalmente preferisco dire:

un euro, due euri, cento euri.

Non per ignoranza e nemmeno per scherzo, ma per una scelta consapevole di italianità.

Forse, se giornalisti, scrittori e uomini di cultura cominciassero a usare nuovamente questa forma senza timore, dopo un primo momento di sorpresa gli italiani scoprirebbero che euri non suona affatto sbagliato .

Suona semplicemente italiano.

Le domande ai lettori

— È giusto che una parola della nostra vita quotidiana resti invariabile perché così si è consolidato l’uso ufficiale?

— «Euri» è una stranezza o un plurale che merita di essere rivalutato?

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