C’è una cosa del diritto romano che continuo a trovare quasi inspiegabile.
Noi siamo abituati a considerarlo una delle grandi fondamenta della civiltà occidentale. Proprietà, contratti, successioni, obbligazioni, responsabilità, processo, cittadinanza: gran parte del nostro modo di pensare la legge porta ancora, direttamente o indirettamente, l’impronta di Roma.
Fin qui nulla di nuovo.
Il punto che mi lascia perplesso è un altro: nelle sue fasi più antiche il diritto romano non si presenta ancora come il sistema razionale che conosceremo più tardi elaborato da giuristi laici, professori, magistrati o legislatori moderni. Si sviluppa inizialmente in un mondo arcaico, rituale, religioso, dove la giustizia è ancora intrecciata al sacro e custodita dai sacerdoti.
Prima delle leggi scritte, prima delle grandi elaborazioni giuridiche, prima dei pretori e dei giuristi, c’erano formule, riti, giorni leciti e giorni vietati, parole da pronunciare esattamente, gesti da compiere correttamente. Il diritto era in parte mistero, in parte tradizione, in parte voce divina interpretata da pochi.
E allora mi domando: come fecero quegli uomini a formulare regole così potenti da sopravvivere per millenni?
Non parlo delle norme più rozze, dure o oggi inaccettabili dell’antica Roma. Quelle appartengono al loro tempo: patriarcato, schiavitù, disuguaglianze sociali, pene crudeli. Parlo del nucleo profondo: l’idea che il conflitto debba essere incanalato in una procedura; che la proprietà vada definita; che il patto abbia valore; che il debito crei un vincolo; che l’eredità debba seguire regole; che la vendetta privata debba essere sostituita da un ordine riconosciuto.
Questa non è una cosa banale. È civiltà.
Si può rispondere che i sacerdoti non inventarono tutto dal nulla. Certamente. Custodivano il costume degli antenati, il mos maiorum, una lunga esperienza collettiva fatta di liti, guerre familiari, patti, vendette, confini, debiti, proprietà, eredità. Però questa spiegazione, pur ragionevole, non basta a cancellare lo stupore.
Perché tutti i popoli hanno avuto consuetudini. Tutti hanno avuto sacerdoti. Tutti hanno avuto re, capi, anziani, giudici, punizioni, riti, tabù, tradizioni. Ma non tutti hanno prodotto Roma.
E qui sta il punto provocatorio: forse noi sottovalutiamo enormemente la profondità intellettuale delle società arcaiche.
Le immaginiamo primitive perché non avevano codici moderni, parlamenti, costituzioni, università, burocrazie evolute. Ma forse quelle società, proprio perché vivevano costantemente sul bordo del caos, capivano meglio di noi una verità fondamentale: senza regola condivisa non esiste comunità.
Un confine violato poteva diventare faida. Un debito non pagato poteva distruggere una famiglia. Un’eredità contestata poteva spezzare una gens. Un’offesa non regolata poteva trasformarsi in vendetta. Un rito sbagliato poteva invalidare tutto.
Per noi il diritto è spesso carta, uffici, ricorsi, bolli, sentenze, codici. Per loro era qualcosa di più essenziale: era il muro che separava l’ordine dalla violenza.
Forse i sacerdoti romani capirono questo prima di molti altri. O forse non lo capirono in modo teorico: lo ereditarono, lo conservarono, lo trasformarono in rito e lo resero intoccabile proprio attribuendogli un’origine sacra.
Dire che una regola viene dagli dèi non significa necessariamente che venga davvero dagli dèi. Può significare che quella regola è talmente importante per la sopravvivenza della comunità da dover essere posta al di sopra della discussione quotidiana. Se ogni uomo può contestarla, la regola è debole. Se è sacra, diventa fondamento.
Ed ecco il paradosso: forse il diritto romano è diventato razionale proprio perché all’inizio fu sacrale.
Il rito lo conservò. La tradizione lo stabilizzò. La scrittura lo rese pubblico. I giuristi lo svilupparono. L’impero lo diffuse. La storia lo consegnò all’Occidente.
Ma la scintilla iniziale resta impressionante.
Roma non fu semplicemente un impero tra gli imperi. Ci sono stati imperi enormi, ricchissimi, antichissimi, potentissimi. Ma Roma ha fatto qualcosa di diverso: ha creato un’idea di ordine capace di sopravvivere alla propria potenza militare. Quando le legioni scomparvero, il diritto rimase. Quando l’impero d’Occidente cadde, il diritto romano continuò a parlare. Quando Roma politica morì, Roma giuridica era ancora viva.
Ed è questo che trovo straordinario.
Non mi interessa tirare in ballo spiegazioni fantastiche o soprannaturali. Non servono. Il mistero è già abbastanza grande così: come ha fatto una piccola comunità arcaica del Lazio, guidata inizialmente anche da sacerdoti custodi di riti e formule, a produrre un modo di pensare la legge che ancora oggi sostiene buona parte della civiltà occidentale?
Forse la risposta più semplice è anche la più inquietante: quei popoli antichi, che noi immaginiamo lontani e primitivi, avevano compreso una cosa che noi moderni spesso dimentichiamo.
La civiltà non nasce quando l’uomo proclama diritti astratti.
Nasce quando riesce a impedire che ogni torto diventi vendetta, ogni conflitto diventi guerra, ogni forza diventi arbitrio.
Le domande ai lettori
— Può un sistema di regole diventare razionale proprio perché, inizialmente, era considerato sacro?
— Quanto del nostro diritto moderno dobbiamo alla tradizione più che alle riforme?
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