RECENSIONE



Un nutrito gruppo di umani, che per vari motivi non era riuscito a partire, si organizzò nei pressi della baia di Vancouver dove venne costruita una città sotterranea, al riparo delle radiazioni solari. La loro speranza era di trovare qualche nave abbandonata dal Governo per lasciare il pianeta prima della catastrofe. Tre inspiegabili delitti sconvolgono la comunità già turbata dagli eventi climatici e Mortimer, un ex agente della Sicurezza, si incarica delle indagini per scoprire il colpevole


Dopo la trilogia de La Saga della Fenice, Oriano Galvanini dedica questo giallo thriller agli appassionati di entrambi i generi rimanendo nel suo filone preferito dell'avventura nella fantascienza.




Prologo.


Il pianeta stava morendo. Le ultime catastrofiche turbolenze solari gli stavano dando il colpo di grazia. Gli oceani si erano abbassati in modo impressionante, lasciando emergere molte alture che un tempo erano sommerse.
Molti arcipelaghi sparsi negli oceani si erano allargati a dismisura e le isole si erano unite tra di loro. Le calotte polari resistevano ancora, ma le gigantesche fiammate sprigionate dal sole, avevano provocato un’evaporazione catastrofica e l’acqua si stava lentamente riducendo sul pianeta.
L’aumento spropositato del vento solare che ionizzava fortemente l’atmosfera creava turbolenze devastanti. La superficie della terraferma era sottoposta a un processo di desertificazione e la temperatura, in molte zone del pianeta, sfiorava costantemente i 45°C. I venti torridi, che spazzavano l’atmosfera rovente, contribuivano all’agonia delle piante, le cui radici cercavano in profondità qualche traccia di acqua per sopravvivere. Le fiammate solari sempre più frequenti e violente, provocarono una migrazione generalizzata di tutta la fauna terrestre verso i poli, dove le possibilità di sopravvivenza erano maggiori. Gli insetti cercavano rifugio annidandosi in profondità nei terreni sabbiosi. Sopravvivevano meglio i pesci e, nelle calde acque degli oceani, la presenza di specie, adattatesi al cambiamento climatico, era aumentata in modo abnorme.
I grandi insediamenti che erano stati popolati dagli esseri umani, erano diventati degli agglomerati deserti, bruciati dal sole.
Dieci anni prima, il governo aveva offerto a tutti la possibilità di lasciare il pianeta. Quasi tutti avevano accettato e, quando gli scienziati furono certi che il Sole sarebbe impazzito nell’arco di qualche decina di anni, iniziarono le prime partenze. Erano stati colonizzati decine di pianeti in grado di accogliere i Terrestri e le super-navi continuavano a esplorare lo spazio alla ricerca di altri nuovi mondi in grado di accoglierli.
Furono costruite migliaia di astronavi e il Grande Esodo durò due anni per permettere all’enorme numero di individui di lasciare la Terra e stabilirsi su nuovi mondi.

Non tutti gli umani, però, avevano abbandonato il pianeta.





RECENSIONE






Estratto

Quando i quattro velivoli furono schierati all’esterno della base, Jeremiah radunò tutti sullo spiazzo e disse loro:
«Dobbiamo ispezionare la base da cima a fondo e prendere qualsiasi cosa ci possa essere utile, armi, computer, ricambi… Anche viveri a lunga conservazione... Tutto! All’occorrenza caricheremo sia gli Explorer sia i veicoli terrestri.»
Dopo diverse ore di intenso lavoro riempirono le capienti stive degli Explorer e i due veicoli a cuscino magnetico di una infinità di strumenti e oggetti utili oltre a diverse armi lunghe che disponevano di una maggiore potenza di quelle che già possedevano. Le cose di minor valore furono caricate sui veicoli mentre il resto fu messo al sicuro sugli Explorer. I due veicoli con un agente ciascuno alla guida si mossero subito verso la statale 31 per proseguire poi verso il fiume e far ritorno alla città.
Tre Explorer si alzarono in volo con i loro preziosi carichi e si diressero a nord puntando direttamente verso la baia di Vancouver. Jeremiah rimase ancora sullo spiazzo con Mortimer e Peter. Voleva dare ancora un’occhiata alla base e nei dintorni. Guardandosi attorno, il suo sguardo si soffermò sulla torre che svettava al di sopra dell’edificio. A circa due terzi della sua altezza si notava una specie di terrazzino, sul quale era appoggiata una sfera di colore nero. Si poteva notare, dietro la sfera, sulla parete della torre, una specie di oblò chiuso, ma attraverso il quale la sfera sarebbe potuta passare agevolmente. Jeremiah incuriosito fece notare quella sagoma inconsueta ai due compagni. Entrambi dissero di non avere idea di che cosa fosse quella sfera ma che sicuramente non era una antenna. Peter invitò gli altri due:
«Sarebbe interessante dare una occhiata da vicino.»
Rientrarono nell’edificio e attraverso una scala interna raggiunsero il tetto piatto sul quale si ergeva la torre. Era una lucida struttura metallica cilindrica che aveva un diametro di tre metri e un’altezza di venti. Alla base della torre c’era una porta che scorreva lateralmente seguendo la curvatura della parete. Jeremiah la fece scorrere e si trovarono in un locale vuoto con una specie di pannello di comando su una colonnina infissa nel pavimento. Aveva tutta l’aria di essere una piattaforma di sollevamento. Peter la studiò per qualche minuto e, azionando dei comandi, attivò il meccanismo che la fece muovere lentamente verso l’alto. Si fermarono automaticamente in corrispondenza dell’oblò che avevano notato dal basso. Azionando un pulsante sulla parete, l’oblò si aprì in due metà facendo apparire la sfera nera appoggiata a meno di un metro, su quella specie di terrazzino.
Peter con cautela si avvicinò alla sfera per esaminarla. Aveva un diametro di un metro ed era perfettamente liscia e lucida senza segni di aperture o giunture visibili sulla superficie metallica. Dopo un esame prolungato ma deludente, decise di tentare di farla rotolare verso l’oblò. Rimasero tutti stupefatti quando dalla sfera uscì una voce dal timbro umano:
«Signore, nonostante la mia programmazione preveda la priorità assoluta alla protezione degli umani, non sarei in grado di proteggerla se dovesse cadere nel vuoto. La pregherei di rientrare al sicuro nella torre.»
I tre ci misero parecchi secondi per riaversi dallo stupore, durante i quali fissarono in silenzio quella strana sfera parlante. Mortimer si riebbe per primo e con palese curiosità chiese alla sfera:
«Chi sei?»
La risposta giunse immediatamente:
«Sono il drone autonomo da combattimento SC3032 e sono stato incaricato dal mio comando di proteggere questa base in attesa del ritorno del personale. Ritengo che siate voi il nuovo personale.»
Jeremiah intervenne e diligentemente come aveva fatto con il computer dell’Explorer, usò la sigla identificativa del drone, anche se si sentiva un po’ ridicolo a discutere con una macchina:
«SC3032 devo informarti che il pianeta è stato abbandonato dagli abitanti in quanto è imminente una catastrofe planetaria. Noi facciamo parte di un gruppo di pochi rimasti sul pianeta e siamo venuti qui per recuperare qualsiasi cosa possa aiutare la nostra sopravvivenza.»
Il drone rimase in silenzio per elaborare le informazioni che confrontò con l’inspiegabile mancanza di collegamenti con il suo comando. Era anche dotato di una capacità di analisi mentale, se avvicinato a un essere vivente e stabilì che l’umano stava dicendo la verità. Analizzò la situazione alla luce della sua programmazione e disse:
«Sono stato programmato per affrontare anche situazioni impreviste. Se avete bisogno di aiuto, sono ai vostri ordini, signore.»
Ridiscesero con l’ascensore e attraverso la scala, raggiunsero lo spiazzo dove il drone era già in attesa, davanti all’Explorer. Jeremiah provò a dare un ordine:
«SC3032, sali nella stiva del velivolo.»
Stava per aggiungere ‘per favore’ ma si trattenne sentendosi ridicolo. Il portellone era aperto e il drone lentamente si sollevò silenzioso ed entrò nella stiva. In breve raggiunsero la baia di Vancouver e atterrarono vicino all’ingresso della città sotterranea posandosi accanto agli altri tre Explorer. Dei tecnici stavano scaricando il prezioso bottino dalle stive dei velivoli e caricavano i veicoli a cuscino magnetico che poi entravano nella galleria che portava in città. L’Explorer di Jeremiah era carico soprattutto di armi e diede istruzioni a un giovane tecnico su dove riporle. Assieme a Mortimer e Peter, seguiti dal drone, salirono su un veicolo per raggiungere la sala comando.
Nell’attesa dell’arrivo dei due veicoli che sarebbero arrivati tra qualche ora, Mortimer e Peter, si misero a consultare l’elenco delle apparecchiature prelevate dalla base. Jeremiah invece decise di approfondire la conoscenza del drone che era fermo, in silenzio, in un angolo del locale, sollevato di qualche centimetro dal suolo. A voce alta, ma leggermente incerta, gli si rivolse:
«SC3032 vorrei conoscere nel dettaglio tutte le tue capacità operative.»
La risposta giunse immediatamente:
«Jeremiah, la mia programmazione mi permette di comunicare queste informazioni soltanto ed esclusivamente alla persona in comando. Il comandante poi deciderà con chi condividerle.»
Jeremiah rimase estremamente stupito non solo per il contenuto della risposta ma anche per il fatto che lo avesse chiamato per nome. Nessuno dei suoi lo aveva chiamato per nome in sua presenza e non si spiegava come lo avesse saputo. Si rivolse a Mortimer e Peter che, in fondo alla sala erano intenti a consultare gli elenchi dei materiali:
«Ragazzi, devo chiedervi di uscire per qualche minuto. Vi richiamo io.»
Entrambi un po’ sorpresi da quella richiesta, uscirono portandosi via gli elenchi che stavano consultando. Mortimer uscendo gli disse:
«Proseguiamo il controllo nella mia officina, se hai bisogno di noi ci trovi lì.»
Rimasto solo, Jeremiah si rivolse al drone:
«SC3032 io sono al comando di questa comunità. Informami su tutte le tue capacità operative.»
Con sua grande sorpresa la risposta gli giunse attraverso un messaggio mentale. Una voce, assieme a delle immagini descrittive, lo informò esaurientemente di tutto ciò che il drone poteva fare. Seppe che era armato e che poteva viaggiare a curvatura nello spazio. Che era in grado di eseguire delle analisi mentali e anche di condizionare, entro certi limiti, la mente di una persona secondo quanto gli era stato ordinato. La sua autonomia operativa si aggirava sui vent'anni e dopo tale tempo, le sue batterie avrebbero dovute essere ricaricate. Terminò informandolo del principio fondamentale di tutte le unità cibernetiche autonome. La loro programmazione prevedeva la priorità assoluta a proteggere ed eventualmente soccorrere, qualsiasi essere umano.
Si adagiò, sbalordito e in silenzio, sulla poltrona dietro la sua scrivania e si mise a meditare su quanto di straordinario aveva appena appreso. Era al corrente che i militari disponevano di droni speciali e molto efficienti, che avevano utilizzato su altri pianeti anche per combattere, ma non avrebbe mai immaginato delle simili prestazioni. Il comunicatore lo distolse dai suoi pensieri, era Mortimer:
«I veicoli non sono ancora rientrati e sono passate dodici ore da quando sono partiti.» Jeremiah gli rispose con un tono che lasciava trasparire una leggera preoccupazione:
«Raggiungimi in sala comando con Peter.»
Mortimer e Peter avevano i visi tesi. Non si spiegavano il ritardo dei mezzi e soprattutto la mancanza di comunicazioni. Se avessero avuto qualche avaria in uno dei veicoli, i conducenti li avrebbero avvertiti. Il silenzio era inspiegabile e preoccupante. Mortimer si rivolse a Jeremiah:
«Mandiamo un Explorer a cercarli.»
Questi pensò qualche minuto passeggiando nervosamente per la sala, poi si fermò improvvisamente e guardò Mortimer:
«No! Faremo di meglio. Manderò il drone a cercarli.»
Mortimer stupito ripeté:
«Il drone?»
Jeremiah si rivolse al drone:
«SC3032 intendo condividere le informazioni sulla tua operatività con i miei due collaboratori.»
La voce risuonò nella sala e fece stupire i due:
«Non ho nulla in contrario Jeremiah. È una tua facoltà.»
Jeremiah decise di informare i due amici delle straordinarie facoltà che aveva quel drone così speciale. In particolare la sua programmazione che gli permetteva di prendere delle decisioni autonome anche in situazioni impreviste e complesse. Peter per primo si riebbe dallo stupore che quelle parole avevano provocato in entrambi e disse:
«Avevo sentito parlare di droni militari molto evoluti, ma non ho mai avuto l’occasione di incontrarne uno. Spero proprio di fare amicizia con SC3032.»
Aggiunse sorridendo e la voce del drone si fece sentire nuovamente:
«Peter, se consideri amicizia la mia completa disponibilità a una collaborazione, allora siamo già amici.»
La voce aveva un tono velato da una sottile ironia che tutti colsero con un sorriso. Jeremiah ritornò serio:
«SC3032, i nostri due veicoli a cuscino magnetico sono partiti circa dodici ore fa dalla base e hanno un inspiegabile ritardo di cinque ore. Peter ti fornirà le coordinate della rotta che dovevano seguire per il ritorno. Hai il compito di individuarli e scoprire il motivo del ritardo.»
Peter evidenziò, con una traccia luminosa, il percorso su una mappa apparsa su un monitor e il drone rispose semplicemente:
«Percorso individuato. Procedo alla ricerca.»
Si sollevò silenziosamente a circa cinquanta centimetri dal suolo e uscì dalla sala lentamente. Dalla porta della sala comando lo videro scomparire lungo il corridoio, verso la galleria che portava in superficie. Peter per allentare la tensione, commentò:
«È una fortuna che abbiamo previsto delle porte così larghe per i locali. Altrimenti non avrebbe potuto entrare quel pallone intelligente!»
Sorrisero tutti mascherando la loro preoccupazione
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